Quasi tutti i maggiori confidi hanno lavorato, negli ultimi due anni, in ambito fintech. E molti lo rifaranno in futuro. Lo osserva una ricerca di Crif (nella foto, la sede), in collaborazione con Lorenzo Gai, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’università degli Studi di Firenze, su un campione rappresentativo di confidi di grandi dimensioni, con uno stock complessivo di garanzie pari a 4,8 miliardi di garanzie alle Pmi.
Nel dettaglio, il 77% del campione ha dato il via a almeno due progetti fintech (e buona parte è in dirittura d'arrivo), mentre solo il 7,7% non lo ha fatto.
Inoltre, si limita al 15,4% la percentuale dei confidi pensa che non realizzerà progetti fintech in futuro, mentre l'84,6% ha in programma di attivarne almeno uno.
Ma che cosa riguardano questi piani? Di solito, si concentrano sul core business (gestione delle garanzie, consulenza, credito diretto e valutazione del rischio); tuttavia, il 20% riguarda attività meno centrali (crowdfunding, social lending, sistemi di pagamento e minibond).
Dal punto di vista tecnologico, il 28,2% delle iniziative prevede l'utilizzo della firma digitale, e il 20,5% del cloud e delle Api.
Ma a chi si rivolgono? Il 78% alle imprese clienti e il 22% alla relazione con le banche, mentre per ora non sono stati realizzati progetti per la pubblica amministrazione.