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“A Tokyo sentiremo il vostro tifo. Anche se da remoto”

Martina Caironi, campionessa paralimpica e atleta plurimedagliata, parla delle sue aspettative per gli imminenti Giochi e dell’effetto-stadi chiusi. Ma anche del suo rapporto con la tecnologia e il cellulare

 

Martina Caironi

 

“Nel 2010 mi trovavo nel centro Inail protesi di Budrio, in provincia di Bologna. Avevo perso la gamba tre anni prima, all’età di 18 anni, per un incidente. Ed ero lì per riprendere a camminare. Esercitandomi con la protesi, capii che volevo di più: avevo voglia di tornare a correre. Di riappropriarmi di una libertà che spesso si dà per scontata, ma che io non avevo più. E che è ritenuta molto importante per il processo di recupero”.
Martina Caironi, bergamasca, classe 1989, viene accontentata. Con l’aiuto della protesi inizia a camminare, poi a correre. E quasi per caso diventa un’atleta. Sprinter e lunghista.
Risultati? Un oro paralimpico sui 100 a Londra 2012, cioè soli due anni dopo aver indossato una protesi per la prima volta. La conferma dell’oro a Rio 2016, con anche un argento nel lungo. E poi cinque campionati del mondo e un secondo posto iridato. Sei ori e due argenti europei. Tre record del mondo categoria T63 (“amputati sopra il ginocchio”): 100, 200 metri e salto in lungo – gli ultimi due ancora imbattuti. E un nuovo appuntamento con la storia ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020, che saranno inaugurati il 24 agosto.
Con Martina abbiamo parlato delle sue aspettative per l’appuntamento giapponese, di come l’ha preparato, della sua storia di atleta e – ça va sans dire – del suo rapporto con la tecnologia.

 

Domanda. Hai già preparato la valigia per Tokyo?

Martina. Sì, sono già a Roma, da dove partirò per il Giappone. Quindi ho già una “bozza” di valigia, dovrò solo aggiungere qualcosa.

Domanda. Non piena piena, però. Lascia il posto per un paio di medaglie d’oro…

Martina. A Tokyo punto a esprimere quello che ho preparato in questi cinque anni. Il mio obiettivo è arrivare sul podio, e ci proverò con tutta me stessa. La parola “oro” la dici tu.

Domanda. Touché. Ricordaci le gare a cui parteciperai.

Martina. Salto in lungo e 100 metri T63.

Domanda. Tra l’altro sei fresca campionessa europea del lungo e del 100: da quella rassegna sono passati meno di tre mesi. Senti molta pressione su di te? Oppure, dal punto di vista psicologico, dopo il primo oro conquistato è tutto più semplice?

Martina. Quando è arrivato il mio primo oro, nei 100 metri di Londra 2012, ero ancora acerba. Avevo una preparazione breve, parziale, di soli due anni. Quindi è stato bellissimo, ma anche inaspettato. Non ne ho colto subito il valore. A Rio 2016 sono arrivata con più pressione: c’erano molte speranze su di me. Si aspettavano da me che mi ripetessi.

Domanda. E ti sei ripetuta, aggiungendo anche un argento nel lungo.

Martina. Sì. Ma ho anche imparato a gestire anche aspettative degli altri. A prepararmi psicologicamente. E a distrarmi. Se in questi giorni pensassi solo a Tokyo, mi verrebbe l’ansia. Invece, quando stacco, stacco. Per esempio: ora che sono a Roma, mi piace andare al mare, a Ostia. E di recente ho seguito un corso di acquarello on line.

Domanda. A proposito di on line…

Martina. Faccio tutto dal cellulare: persino la gestione della mia protesi: tramite smartphone controllo un’applicazione che si collega con il ginocchio elettronico.

Domanda: E il conto corrente? Anche quello da cellulare?

Martina. Mio padre ha lavorato per tanti anni in posta, e mi ha sempre fatto da tramite. Così, ho il conto corrente postale fin da quando ero ragazzina. E con gli anni mi sono aggiornata anch’io: ora lo gestisco con la app.

Domanda. Il tuo rapporto con la tecnologia è cambiato con la pandemia?

Martina. E’ necessariamente cambiato. Ho imparato a utilizzare applicazioni come Meet o Zoom. Anche la Federazione, che prima non organizzava riunioni virtuali, ora lo fa regolarmente. Ho anche cambiato computer, acquistando un Mac: quello vecchio era del 2012, andava bene, ma era ora di mandarlo in pensione.

Domanda. A proposito di pandemia: sei bergamasca, anche se ora vivi a Bologna. E la tua città è stata particolarmente bersagliata dal Covid. Come hai vissuto il marzo del 2020?

Martina. Ho passato il lockdown a Bologna, ma il mio cuore era nella città in cui sono cresciuta. Le immagini diventate tristemente famose in tutto il mondo, quelle dei mezzi militari in colonna, ritraevano una zona che conosco particolarmente bene: i miei genitori abitano ancora nella casa di sempre, che è a cinque minuti dal cimitero. Quella via era il luogo dell’infanzia: vederla in quella situazione mi ha molto turbata. Le storie di amici con un conoscente, un parente o un amico con il Covid, magari ricoverato o peggio, sono state per me incubi a distanza. Non dovremo dimenticarlo mai, neppure quando torneremo alla normalità.

Domanda. Come ti sei allenata durante il lockdown?

Martina. Quando non si poteva uscire mi sono allenata in casa, con bilancere, pesi ed elastici. E mio marito mi ha fatto da coach. In cortile ho sistemato dieci metri di pista Mondo, tanto per provare qualche andatura. Poi hanno permesso di andare al campo agli “atleti di interesse nazionale”, categoria in cui rientro anch’io. E quindi ho potuto riprendere regolarmente a correre su una pista di atletica.

Domanda. A Londra hai vinto davanti a uno stadio olimpico gremito. A Tokyo lo troverai vuoto…

Martina. Questa situazione l’ho già vissuta, perchè nello sport paralimpico non sempre è presente il pubblico. Per esempio: ai mondiali di Doha 2015, quando stabilii il record del mondo dei 100, oltre ad atleti e tecnici, c’erano pochissimi spettatori. In ogni caso, questo vuoto si sentirà. Mi mancherà il boato dopo lo sparo. Mi mancherà il clap che gli atleti chiedono prima di effettuare un salto. Ma conteremo sulla presenza telematica. E sapere che la gente ci seguirà sarà importante per tutti noi.

Domanda. Ripensi mai a quel centro Inail di Budrio, dove in fondo è iniziata la tua nuova vita?

Martina. Sì, ci penso spesso. Penso a quel corridoio, dove le persone vanno avanti e indietro per prendere confidenza con la protesi. E dove, appese alle pareti, ci sono le foto degli atleti paralimpici, per ispirare chi sta provando a camminare di nuovo. Ci ripenso e so che ora ci sono anche le mie immagini. E mi auguro che, vedendole, altri ragazzi scelgano di praticare uno sport.

Domanda. Che consiglio daresti a un giovane che vuole avvicinarsi agli sport paralimpici?

Martina. I ragazzi che hanno questa aspirazione partono già bene, perché dimostrano di voler conoscere qualche cosa di nuovo. Il mio consiglio è di rivolgersi al Comitato Italiano Paralimpico, anche con una semplice e-mail. E di partire, senza paura. Ciò che mi sento di dire è che lo sport migliora la vita, l’autostima, la percezione di se stessi all’interno della società. Ci sono molte discipline che possono essere praticate anche da adulti over 40, over 50. Quello che conta è l’impostazione mentale. E la voglia di conquistare nuove frontiere.

Maurizio Giuseppe Montagna

 

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