Tab Magazine

Tecnologie per assicurazioni e banche

Anglicismi, sì o no?

15 Marzo 2022

Negli ultimi anni, la lingua italiana ha subito un afflusso massiccio di termini inglesi, che si sono letteralmente disseminati ovunque. Il fenomeno è particolarmente accentuato nel gergo informatico e in quello finanziario. In che misura l’utilizzo dei “prestiti” da Oltremanica è accettabile? Lo abbiamo chiesto all’esperto internazionale Jean-Luc Egger, collaboratore di punta dell’Accademia della Crusca

Jean-Luc Egger

 

Per noi giornalisti, i termini provenienti da altre lingue che trovano un utilizzo stabile in italiano sono spesso una risorsa. Il divieto di utilizzare ripetizioni (se non per una precisa scelta stilistica) rende infatti questi nuovi “sinonimi” un mezzo per facilitarci il compito.
Tuttavia, negli ultimi anni, l’utilizzo di parole non appartenenti alla lingua italiana – soprattutto inglesi – è stato massiccio e spesso incontrollato. Il fenomeno è particolarmente accentuato nel gergo informatico e in quello finanziario, che ricorrono massicciamente a “prestiti” anche quando se ne potrebbe fare tranquillamente a meno. Non è poi così raro sentirsi suggerire di essere più digital, o ricevere una invitation a una riunione in remoto e lì incontrare un imprenditore che è anche il founder della sua società, magari specializzata in intelligent solutions per la mobility, con un buon portfolio, un’ottima reputation e una cospicua revenue (unica parola, quest’ultima, utilizzabile per evitare le sullodate ripetizioni). Una situazione simile – è facile immaginarlo – avrebbe fatto andare su tutte le furie Dante (che già di suo aveva un carattere bello fumino) e probabilmente non sarebbe piaciuta neppure a William Shakespeare.
Anche senza arrivare a casi così kitsch, si può osservare l’utilizzo massiccio di termini inglesi più specialistici. Di parole che, almeno a prima vista, appaiono difficilmente traducibili, o talmente entrate nell’uso comune da far sembrare (ancora una volta: a prima vista) inutile o proibitiva l’immersione in Arno del “panno” acquistato a Carnaby Street o a Notting Hill.
E’ possibile tracciare un limite, dettato dal senso comune, per l’utilizzo di anglicismi? Lo abbiamo chiesto a un esperto internazionale di lingua italiana, Jean-Luc Egger, svizzero, che se ne occupa sia nelle istituzioni elvetiche, sia in quelle europee, e partecipa all’attività di Incipit, gruppo formato nel 2016 dall’Accademia della Crusca per monitorare neologismi e “forestierismi”.

 

Nel 2016 l’Accademia della Crusca (nella foto, la sede) ha costituito Incipit, gruppo di lavoro per monitorare neologismi e “forestierismi”

Domanda. Monsieur Egger, spesso gli anglicismi sono usati senza apparente motivo nella frase italiana, e ciò accade molto di frequente nei registri di linguaggio informatico e finanziario. In altri casi si ricorre a parole inglesi perché sembrano più immediate, o difficilmente traducibili. Fino a che punto gli inglesismi sono legittimi in una frase in lingua italiana? E che cosa, invece, è meglio tradurre o evitare?

Jean-Luc Egger. Più che utilizzare il termine “legittimità”, direi che il criterio debba essere quello della chiarezza e comprensibilità. Fortunatamente non abbiamo tribunali della lingua che pronunciano condanne sull’uso e sull’abuso dei forestierismi: quindi ognuno è libero di far capo a questo o quell’altro termine per designare le cose. Però poi deve farsi capire, soprattutto se si rivolge a un ampio pubblico che non è specialista di finanza o di informatica. La lingua è oggi usata per comunicare e non per significare il proprio distacco dall’opinione pubblica o per chiudersi in un gergo specialistico accessibile soltanto agli addetti ai lavori. Dunque anche i concetti più tecnici andrebbero espressi in lingua italiana, che è peraltro un patrimonio da rispettare, tutelare e valorizzare. Questo vale per tutte le scienze, non solo per la finanza e l’informatica. L’esigenza di comprensibilità è evidentemente massima nell’uso della lingua in ambito istituzionale, della res publica appunto; vi si aggiunge però per lo stato una precipua responsabilità nella cura e nello sviluppo della lingua o delle lingue ufficiali. Ora, se nei differenti settori della tecnica e delle scienze non si parla più che un unico idioma, vengono a mancare gli elementi lessicali – e pure concettuali – che consentono di assumere pienamente tale responsabilità. Se si considera poi che la lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione, ma è ciò che ci consente di pensare e di rappresentare il mondo, le lascio immaginare quali siano le conseguenze dell’abbandono delle scienze da parte della lingua italiana.

 

Domanda. Che cosa ne pensa di parole italiane ricalcate dall’inglese (come “tradare”, da trading)?

Jean-Luc Egger. Possiamo aggiungere anche scannerizzare, supportare, implementare, bypassare e recentemente anche la boosterizzazione. Non credo che la lingua italiana guadagni molto da queste creazioni, le quali più che calchi sono ircocervi, mostriciattoli ibridi. Come il termine cybersicurezza, che per coerenza occorrerebbe pronunciare metà all’inglese e metà in italiano, mentre abbiamo nel nostro lessico la parola “cibernetica” che può benissimo fungere da radice per tutti i derivati di “ciber…”. Il gruppo Incipit presso la Crusca è intervenuto per ricordare che la lingua italiana dispone delle risorse lessicali per esprimere anche la realtà contemporanea. E queste risorse vanno sfruttate.

 

La biblioteca dell’Accademia della Crusca

 

Domanda. Fino a 40-50 anni fa si utilizzavano, meno anglicismi e più francesismi rispetto a oggi, soprattutto (ma non solo) nelle aree più vicine al confine con la République. Trova che questo aspetto fosse più compatibile rispetto all’italiano?

Jean-Luc Egger. Specialmente Torino ha con il francese un legame storico molto forte. Basti pensare che Cavour vi si esprimeva correntemente e che il testo dello Statuto albertino è stato discusso in francese e in italiano e fu redatto originariamente in una versione in cui le due lingue coesistevano (ce lo ha ricordato ultimamente il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini). Nel contesto piemontese c’è un sostrato linguistico e culturale in cui coabitano anche elementi francesi: dunque l’uso sporadico o abituale di alcune parole di questa lingua pare senz’altro meno marcato o esotico che non il ricorso a termini anglicizzanti. Non dimentichiamo poi che nella limitrofa Valle d’Aosta il francese è anche lingua ufficiale.

 

Domanda. Nel settore finanziario, e soprattutto in quello assicurativo, resiste ancora qualche francesismo. Per quale motivo, secondo lei?

Jean-Luc Egger. In ambito assicurativo e finanziario la permeabilità terminologica tra le lingue è sempre stata molto forte. Nel tardo medioevo città come Firenze e Venezia erano centri commerciali e finanziari di livello internazionale e l’italiano prestò alle altre lingue termini che usiamo ancora oggi, come le parole “banca”, “compagnia” o “polizza”, termine quest’ultimo recepito dal mondo bizantino e mutuato al mondo assicurativo. Nel Settecento questo ruolo importante fu assunto dalla Francia e oggi dai centri finanziari che parlano inglese. Ognuna di queste fasi storiche ha lasciato tracce linguistiche. Vi sono poi termini che si collegano anche a traiettorie biografiche: proprio il mese scorso ho scoperto che nella nostra legislazione sono citate le “operazioni tontinarie”, una sorta di investimento assimilabile a un’assicurazione sulla vita che era stata proposta al cardinale Mazzarino dal banchiere napoletano Lorenzo de’ Tonti nel XVII secolo, quando si trovava in Francia.

 

Domanda. Qual è la situazione dell’italiano informatico e finanziario in Svizzera? E’ anch’esso influenzato dall’inglese? Oppure riceve più “prestiti” dalle altre lingue nazionali e dal ticinese?

Jean-Luc Egger. Il contesto plurilingue svizzero incide in diversi modi sull’italiano elvetico e ne fa una variante linguistica a tutti gli effetti e con le sue peculiarità. Mi permetto di segnalare in proposito un recente rapporto elaborato dall’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana sulla Posizione dell’italiano in Svizzera, pubblicato alla fine dello scorso anno. E’ un’analisi completa e circostanziata della realtà della lingua italiana in diversi ambiti della società e anche delle dinamiche profonde di cui è oggetto. Gli influssi sono molteplici e costituiscono pure un arricchimento. Detto questo, la pressione dell’inglese nel settore finanziario e informatico è molto presente anche qui. Si ha infatti l’impressione che i concetti della finanza possano essere espressi in modo preciso soltanto in inglese. Ma, ancora una volta, la finanza non è un mondo separato, deve essere capita e vissuta anche dalla società e quindi è opportuno usare le nostre lingue che sono strumenti estremamente raffinati, tanto più oggi, un’epoca in cui diversi economisti lamentano una carenza di alfabetizzazione finanziaria nella società. Un esempio recente: si è introdotto nella legislazione svizzera un nuovo prodotto finanziario che si era voluto denominare anche nella legge limited qualified investor fund invece del più comprensibile fondo riservato a investitori qualificati. Perché? Forse che la dicitura inglese è più perspicua? Ma per chi? Ci siamo opposti, e il legislatore ci ha dato ragione.

 

La pressione dell’inglese nel settore finanziario e informatico è molto presente anche in Svizzera, ma il francese resiste di più agli anglicismi. Nella foto di Christophe Schindler da Pixabay, una veduta notturna di Palazzo Federale, a Berna

 

Domanda. L’inglese è invadente e invasivo anche nelle altre lingue nazionali svizzere?

Jean-Luc Egger. Constato che il tedesco è più ricettivo nei riguardi dei termini anglicizzanti. Il francese può attingere all’attività neologica ufficiale della Francia ed è più attento a questo aspetto. Per fare un esempio, la problematica dell’abbandono di rifiuti sul suolo pubblico in Svizzera tedesca è la Littering-Problematik, mentre nell’area romanda è la problématique des déchets sauvages.

 

 

Domanda. Ritiene corretto l’approccio francese, che traduce tutto, e che dice ordinateur al posto di computer e souris al posto di mouse?

Jean-Luc Egger. E’ una scelta coerente con una politica attiva di promovimento e difesa della lingua francese. Richiede creatività e disciplina e credo che non sia percepita dai parlanti come un dirigismo linguistico troppo autoritario. La norma si trasforma rapidamente in uso e l’uso rafforza la norma.

 

 

Domanda. Ora le elencheremo alcuni termini informatici o finanziari che sono entrati nell’uso comune in lingua inglese. Se la sente di trovare una versione italiana?

Jean-Luc Egger. Proviamoci.

 

Domanda. Compliance

Jean-Luc Egger. Conformità

 

Domanda. Spread

Jean-Luc Egger. Differenziale

 

Domanda. Bail in

Jean-Luc Egger. Salvataggio interno.

 

Domanda. Open banking

Jean-Luc Egger.  Banca aperta.

 

Domanda. Cloud computing

Jean-Luc Egger. Nuvola informatica o servizi cloud.

 

Domanda. Fintech

Jean-Luc Egger. Tecnofinanza

 

Domanda. Recovery fund

Jean-Luc Egger. Fondo per la ripresa.

 

Domanda. Esistono banche dati terminologiche in grado di fornire traduzioni in italiano – diciamo così – ad ampio raggio?

Jean-Luc Egger. Ne segnalo due: www.termdat.ch e iate.europa.eu.

 

Maurizio Giuseppe Montagna

 

 

Jean-Luc Egger, svizzero, è nato a Torino nel 1961, mentre il suo comune di attinenza è Yverdon-les-Bains, nel canton Vaud. E’ vicedirettore della sezione Legislazione e Lingua della Cancelleria Federale Svizzera e segretario della sottocommissione Lingua italiana della commissione di redazione dell’Assemblea Federale. E’ membro del comitato di coordinamento della rivista LeGes – Législation & Evaluation, Bulletin de la Société suisse de législation (Ssl) et de la Société suisse d’évaluation (Seval) e membro del comitato di coordinamento della Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale (struttura con sede a Bruxelles avviata dal dipartimento di Lingua italiana della direzione generale della Traduzione della Commissione europea per incoraggiare contatti e scambi con professionisti della lingua italiana). Partecipa inoltre alle attività del gruppo Incipit presso l’Accademia della Crusca.

Show Buttons
Hide Buttons