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Che ne sarà del cloud?

Dopo gli incendi di Ovh, la percezione nei confronti delle “nuvole” sembra molto cambiata. Sarà possibile recuperare fiducia? Tab Magazine lo ha chiesto a Claudio A. Ardagna, professore di Informatica all’università di Milano e esperto in materia

 

Claudio A. Ardagna

 

Gli incendi che hanno colpito Ovh lo scorso marzo a Strasburgo hanno letteralmente ridotto in cenere un pezzo di internet (compreso il materiale d’archivio di Tab Magazine, che – almeno in parte – stiamo cercando di ricostruire manualmente). E non solo. Il fumo di Strasburgo rischia anche di intaccare la fiducia nel cloud, che era cresciuta negli ultimi anni.
Il rapporto con le “nuvole” sarà, d’ora in poi, diverso? E come cambierà? Lo abbiamo chiesto a Claudio Agostino Ardagna, professore ordinario al dipartimento di Informatica dell’università degli Studi di Milano e esperto di cloud computing.

Domanda. L’incendio di Strasburgo ha rovinato l’immagine del cloud?

Ardagna. Bisogna mettersi d’accordo su cosa consideriamo cloud. Chi delocalizza la sua infrastruttura pensa di avere una maggiore sicurezza e una migliore gestione dei dati. Sempre e comunque. Alcune aziende credono che servizi come il salvataggio e ripristino dei contenuti siano forniti di default. Ma non è così. Ovh – e gli altri provider cloud – offrono varie formule; le offerte più economiche lasciano spesso al cliente la responsabilità di pianificare e configurare aspetti critici come il back up e sicurezza dei dati. In altri termini, se l’impresa sceglie un’opzione a basso costo, pensando che questi eventi siano poco probabili, il ripristino dei dati è escluso. Mentre a costi più alti, Ovh – e con essa gli altre aziende specializzate negli stessi servizi – si occupano di garantire tutti quei servizi che contribuiscono a implementare una strategia di disaster recovery. Questo incidente darà grande consapevolezza che il cloud non è qualcosa che uno compra e poi sta tranquillo. E convincerà l’utente a informarsi di più. A scoprire la differenza fra i servizi cloud a basso costo e quelli ad alto costo. E – nel caso in cui si “rischi” qualcosa – a capire che conseguenze può avere la perdita di dati.

Domanda. Che cosa può fare un’azienda per evitare questo rischio?

Ardagna. Prima di tutto, leggere bene le clausole contrattuali, i tipi di servizi offerti e le tecnologie utilizzate. Ci sono sicuramente formule che offrono ridondanza e resilienza, che assicurano disponibilità e uptime al 99,99999%, con ripresa del servizio garantita senza perdita di dati. Difficile che per pochi euro si fornisca lo stesso servizio disponibile per chi ne spende centinaia, se non migliaia.

Domanda. Se non che, anche i siti di alcune Asl e altre aziende importanti, tra cui un “colosso” come Groupama Italia, ma anche portali governativi francesi, sono rimasti indisponibili per molto tempo…

Ardagna. Il dubbio sull’assenza di una ridondanza nasce, ma naturalmente servirebbe un’investigazione più importante. Se i dubbi fossero realtà, allora il cloud non c’entrerebbe nulla, dato che la ridondanza è uno dei suoi capisaldi.

Domanda. Qualcuno potrebbe pensare che, negli ultimi anni, la sicurezza “logica” sia stata più temuta rispetto a quella “fisica”. Un’atteggiamento che l’incendio Ovh avrebbe poi evidenziato. E’ un’interpretazione corretta?

Ardagna. Potrebbe essere una visione plausibile: la sicurezza cyber l’ha fatta abbastanza da padrone. Anche perché un evento come quello di Strasburgo è un caso limite, aveva probabilità bassissime di accadere. In ogni caso, anche se questa interpretazione avesse qualche traccia di verità, non è che la security “fisica” sia stata trascurata. Tutt’altro. Negli ultimi anni, la “sicurezza cyberfisica” ha rappresentato uno dei progetti principali, anche a livello europeo. Dirò di più: al giorno d’oggi è anche difficile separare l’una dall’altra quando si parla di data centre.

Domanda. L’incendio di Strasburgo non è certo la leggendaria distruzione della biblioteca di Alessandria, ma a suo modo passerà alla storia. Concorda?

Ardagna. Sì. E in questo caso, le opere inestimabili sono i nostri dati.

Domanda. Più importanti ancora della continuità del servizio?

Ardagna. Assolutamente sì. Perdere i dati, non averli più a disposizione potrebbe avere una portata catastrofica. Parliamo, per esempio, di informazioni riguardanti pazienti del servizio sanitario pubblico. O, per esempio, di servizi al cittadino forniti dal governo francese, che in parte erano in quei data centre. L’eventuale indisponibilità di quelle informazioni avrebbe anche risvolti importanti in ottica Gdpr, oltre che un forte impatto sulla sfera personale degli utenti.

 

Maurizio Giuseppe Montagna

 

 

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