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Tecnologie per assicurazione e banche

Le banche aprono le Api: in scena il futuro

Della scadenza si è parlato in un convegno organizzato da Deloitte, dedicata ai cambiamenti indotti dalla direttiva e ad alcuni esempi già in atto nel mondo finanziario

David Mogini

 

La Psd 2 (seconda direttiva sui servizi di pagamento) fa un altro passo avanti. Dopo la sua entrata in vigore ufficiale, il 13 gennaio del 2018, ora la normativa europea ha raggiunto un altro traguardo: da ieri, le banche e i player finanziari tradizionali sono tenute ad aprire le Api (cioè le interfacce di accesso ai dati del cliente) alle terze parti autorizzate (Tpp). Per ora solo in fase test: solo il 14 settembre il nuovo quadro normativo andrà definitivamente a regime, lanciando definitivamente l’open banking.
Le Tpp (ovviamente solo se il cliente lo vuole) possono dunque “vedere” e aggregare le informazioni sui rapporti bancari del correntista, ma anche ordinare transazioni digitali su quei conti ed emettere strumenti di pagamento che poi andranno a collegarsi con il conto del cliente. E’ il cosiddetto access to account, l’apertura dei dati bancari, grande occasione per start up e bigtech internazionali, oltre che opportunità offerta al cliente per ricevere servizi migliori, più completi e meno costosi.
L’appuntamento è stato scelto da Deloitte per una riflessione sui cambiamenti indotti dalla direttiva e su alcuni esempi già in atto nel mondo finanziario. Il convegno, intitolato Open banking e Api economy – La banca del futuro, è stato aperto da David Mogini, partner Gfsi di Deloitte consulting, che ha delineato i fattori abilitanti per l’affermazione del nuovo quadro: oltre a quelli regolamentari (la Psd 2, che ha avviato tutto, e l’affermazione di nuovi standard riconducibili anche alla sicureza informatica), anche tre che non dipendono direttamente dalla normativa.
In primo luogo, “le elevate attese da parte del cliente”, che chiede una “esperienza d’uso piu semplice e gestibile in pochi click”. Poi, la presenza sempre più diffusa delle tecnologie (non solo Iot e machine learning, ma anche quelle che abilitano nuovi modelli di business). Infine, “la crescita delle fintech”. Con cui si può fare business, sfruttando la direttiva invece che subirla.
Un esempio? Mogini lo va a pescare fuori dal mondo finance. “Guardate cosa succede con Uber, che lavora con una rete di collaboration basata su Api (geolocalizzazione, car provider, servizi di e-mail automatizzati e via dicendo); funge da front end e dietro ha una serie di soggetti con cui coopera in modo biunivoco. Collabora con Google, facendo di Gmaps uno strumento; ma nello stesso tempo, proprio tramite Gmaps, si può attivare Uber”.
Le banche, naturalmente, dovranno sviluppare una loro visione personale e decidere il loro posizionamento, i modelli operativi da adottare e le modalità con cui coinvolgere i partner e costruire (o allargare) un ecosistema. E, naturalmente, dotarsi di competenze nuove.
In che ambiti? Chiara Frigerio, professore associato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e segretario generale del Cetif, ne ha identificati tre. “Il primo è la capacità di innovare”, ha affermato la docente nel corso della tavola rotonda che ha chiuso il convegno. “Per farlo ci vogliono sicuramente competenze, ma anche apertura mentale. Non occorre essere specializzati sui prodotti – anzi, gli innovatori dovrebbero essere proprio quelli che meno conoscono le soluzioni”. Secondo ambito, “la capacità di fare business con i dati, senza limitarsi a gestire la compliance. In ultimo, l’onnipresente tema della “gestione del rischio”. In particolare, “quando le terze parti inizieranno a operare nell’instant payment in modo aggressivo”, la banca dovrà sincerarsi che “il suo meccanismo antifrode sia sicuro”.

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